Giovanni Pesce: un ricordo

tratto da Giandante X, Milieu Edizioni

Da tempo avrei voluto contattare Pesce, ma ero intimidito dalla sua severa figura pubblica, il cui volto mi era noto solo da alcune foto pubblicate nel suo Senza tregua: erano foto di un uomo duro, dall’espressione molto, molto seria.

Una sera d’estate successe una cosa che mi fece rompere gli indugi. Un panino in una mano, un bicchiere nell’altra, me ne stavo ad ascoltare un comizio alla festa estiva di Rifondazione comunista. Sul palco, dietro l’oratore, sedevano diverse persone.

“Chi sono,” chiesi a un signore baffuto con la bandiera rossa.

Quello è Tizio, mi disse. Quello è Caio.

“E quello chi è,” chiesi sbadigliando e indicando svogliatamente il palco. “Sempronio?

“No. Quello è Giovanni Pesce.”

“Cristo santo!”

Pausa e strabuzzar d’occhi.

“Ma chi dici, quello seduto là, con la faccia simpatica? Quello pacioccoso, che sta canticchiando tutto sorridente?”

“Sì, lui.”

Non gli tolsi più gli occhi di dosso. Eccolo là: altro che severo personaggio pubblico dalle lugubri fattezze, Giovanni Pesce era il nonno più simpatico del mondo ed era lì ben piantato sul palco, a bere e ridere e cantare con il pugno levato insieme a tutti gli altri. Me lo rimirai ben bene e comincia a cantare anche io.

Pesce era bello, molto più bello di Robert Mitchum.

Giovanni Pesce il partigiano, Giovanni Pesce la medaglia d’oro al valor militare, Giovanni Pesce l’amico di Giandante. Ma anche Giovanni Pesce lo scrittore, l’autore della fotocopia miniaturizzata della pagina di Senza tregua conservata nel mio portafoglio: “Ero poco più di un ragazzo e la luce del sole, la prima, giungeva da dietro la collina. Eravamo abituati a vederla tinta di sangue, la collina dell’Ebro coperta di ulivi. Noi garibaldini, con i fucili di tutti i modelli, senza elmetti, scavavamo con le unghie la terra, un riparo dalle bombe, dagli aerei fascisti, dall’artiglieria franchista. Giorni e ore disperate. Volti visti l’ultima volta al bagliore di un razzo illuminato. Assalti all’arma bianca! Sete di libertà! Volontà di liberazione! Avremmo mai immaginato di essere presi uno ad uno? Quando eravamo là, sui costoni di quelle colline desolate, là ad urlare, a gridare la nostra rabbia per il massacro di Guernica?”

Alla fine del comizio, giocando di gomiti arrivai sotto il palco e sovrastai il frastuono degli applausi, gridando con tutto il fiato che avevo in corpo: “Ciao Giovaaanni!”

Lui mi udì, si voltò, mi individuò tra la folla e mi salutò sorridendo. Lo fece con naturalezza, come se ci conoscessimo da tempo.

Qualche giorno dopo mi decisi a telefonargli. Visto che il suo nome non era nell’elenco, chiamai il partito per chiedere il numero di telefono.

“Non siamo autorizzati,” disse una voce seria, rauca, tabagica.

Certo, capisco, non siete autorizzati. Click.

Provai con l’Anpi di via Mascagni. Rispose una voce chiara, allegra, alcolica. Mi diede subito il numero. Ringraziai. “Di niente,” rispose. “Buona fortuna per la tua ricerca!”

Telefonai subito.

“Pronto chi parla?” Voce maschile, erre alla francese.

“Buongiorno scusi il disturbo potrei parlare con Giovanni Pesce per favore?”

“Sono io, chi parla?”

“Sono un ammiratore di Giandante X! Scusi il disturbo!”

“Come? Giandante?”

“Sì, scusi il dist−”

“Hai detto: Giandante?”

Non credeva alle sue orecchie. Mi diede un appuntamento per il giorno seguente nel suo ufficio di viale Tunisia.

Mi recai all’appuntamento in macchina e mi ritrovai imbottigliato nel traffico. Poiché la situazione non si sbloccava, telefonai per avvertire del ritardo. Non avendo il numero dell’ufficio, chiamai a casa Pesce. Rispose una voce femminile molto decisa. Appena mi presentai, m’ incalzò con tono di rimprovero. “Ma insomma, dov’è? Mio marito la sta aspettando!”

Questo fu il mio primo incontro con Nori.

Riattaccai esasperato. Squadrai con ostilità il muro compatto di gomma e lamiere circostante. “Amico, il comandante ti sta aspettando! Fa’ qualcosa, perdio!”

E a mani unite suonai il claxon.

Arrivai all’appuntamento con un’ora di ritardo. Mi scusai come potei. Non c’era problema, rispose Pesce, ma ormai era ora di pranzo, sua moglie sarebbe passata a prenderlo tra pochi minuti e, insomma, era spiacente, ma doveva andare.

“Va bene. Comunque grazie signor Pesce per tutto quello che ha fatto per noi” dissi tutto d’un fiato.

“Grazie di che?”

“Di tutto!”

“Ascolta ragazzo, perché non pranzi con noi? Sei mio ospite.”

Uscimmo dall’ufficio e trovammo Nori ad aspettarci davanti al portone. Mi salutò con un sorriso che avrei imparato a conoscere bene. Ci avviammo a piedi verso il ristorante.

“Giandante abitava in via Senato,” disse Giovanni, “in un ordinato appartamento dai soffitti alti. C’erano ovunque gli attrezzi del mestiere: pennelli a parte, sembravano quelli del falegname. Montava le tele e fabbricava le cornici da solo. Non c’era riscaldamento, né elettrodomestici di nessun tipo: non aveva il frigorifero, ad esempio. Conservava il formaggio davanti agli spifferi delle porte.” Sorrise. “Giandante era un amico e un uomo di valore. Non si iscrisse mai a nessun partito. Aveva una concezione della politica tutta sua.”

Arrivati a destinazione Giovanni occupò il posto vicino al muro. “Non riesco a stare a tavola serenamente, se do le spalle alla sala.”

“E io non riesco a camminare di notte, se sento qualcuno alle mie spalle” aggiunse sorridendo Nori.

I camerieri salutarono i miei ospiti con cortese confidenza e ci portarono subito degli stuzzichini, dell’acqua e del vino.

Mentre brindavamo, realizzai che la signora gentile seduta lì davanti a me era la Sandra di Senza Tregua, la staffetta dei Gap di Milano, la donna che aveva battuto i torturatori nazisti.

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